Come scrivono i pinguini?
Stefano Fregonese
L’aspetto più affascinante del lavorare quotidianamente con i bambini sta nella possibilità sempre aperta che, all’improvviso, dalla relazione emerga un fatto educativo, o ancor di più, la traccia di una realtà psichica che all’improvviso si palesa, testimonianza di un processo mentale in corso di cui supponiamo le leggi che lo regolano.
Con un bambino di quattro anni, da qualche mese alle prese con la lettura e la scrittura, colto nel delicato passaggio dalla lingua parlata a quella scritta, si giocava al linguaggio dei pinguini. Chiarito che i pinguini parlano una sorta di gramelot polare, si è posto il problema di quale sia il loro alfabeto.
Va detto che il bambino, coerentemente, parla pinguinese in determinate situazioni in cui emotivamente e affettivamente staziona in uno stato mentale che precede la parola compiuta, a metà strada tra l’essere un infante – un senza parola – e un bambino capace di esprimersi in una lingua compiuta. Essendo un bambino un po’ precoce, come detto, pur avendo solo quattro anni, si è già inoltrato spontaneamente nel mondo della lettura e della scrittura.
La situazione che andiamo a discutere non si è sviluppata all’interno di un processo sperimentale ma in modo del tutto estemporaneo e spontaneo, all’interno di un gioco.
Il gioco consisteva nell’inventare un alfabeto. Naturalmente, l’adulto aveva in mente la psicologia piagetiana, la psicoanalisi post-kleiniana e il Bruno Munari delle Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, ma il bambino è stato lasciato libero di improvvisare.

La stesura del suo personale alfabeto illeggibile è proceduta come una metodica ricerca e il prodotto finale si può leggere come una serie di variazioni sullo stesso tema grafico che sembra compiersi alla lettera ottava in un grafo che combina le forme della M e della P.
Madre e Padre.
L’ipotesi di lavoro è che alla base dell’acquisizione della capacità di simbolizzare agisca la fantasia inconscia dell’oggetto combinato benigno, di quel dispositivo mentale, cognitivo e affettivo, sul quale il bambino fonda la propria personale creatività: sessuale, intellettuale ed estetica (Meltzer, Sexual States of Mind, Perth, Clunie Press, 1973).
Ciò che il bambino spontaneamente rappresenta è la struttura stessa del processo simbolico che, a livello inconscio, deriva dallo sforzo di integrare oggetti parziali in un oggetto intero, a livello preconscio dallo sforzo di dare vita (protetta dall’ombra delle figure parentali benigne) a quel bambino parlante e scrivente che è il prodotto simbolico della creatività linguistica.
